Dal sito della rete ambientalista riceviamo un importante documento che riguarda la salute di tutti noi e volentieri lo rendiamo pubblici. Alla base di tutto è il profitto che in una società capitalista, come quella attuale, si può ottenere sulla salute di tutti e di tutto il pianeta producendo inquinamento, distruzione e morte del cittadino, eludendo la legge grazie ad un ceto politico succube e corrotto.
Messa al bando dei Pfas
Il nostro Sito www.rete-ambientalista.it potrebbe considerarsi saturo di articoli (verso i duemila) dappoiché avviammo quasi 40 anni fa la campagna per la messa al bando dei Pfas. Invece, non può ridimensionarsi in quanto sempre più affluiscono comunicazioni riguardanti una tragedia sanitaria ormai finalmente considerata di dimensione planetaria. Al punto che il nostro Dossier “Pfas. Basta!” è già al quarto volume.

Aggiorniamo dunque il Sito, come di seguito. Fermo restando che la premessa in Italia è sempre la stessa:
LA VERA SOLUZIONE E’ ELIMINARE I PFAS ALLA FONTE, CHIUDERE LE PRODUZIONI SOLVAY DI ALESSANDRIA
(come e quando: affronteremo successivamente la questione con un ampio servizio).
Secondo l’inchiesta di “The forever pollution project” più di 17.000 siti in tutta Europa sono contaminati dai PFAS. In Italia sono stati trovati in tutte le Regioni, beninteso: in tutte le Regioni dove sono stati cercati, come abbiamo pubblicato in decine di articoli. Aggiorniamo aggiungendo le autobotti di emergenza nel bergamasco (clicca 1), i Pfas nelle acque del Ticino (2), i pozzi chiusi nel pordenonese (3), nel trentino, (4), nel vicentino (5).
Aggiorniamo l’allarme sanitario per i Pfas che ormai non risparmia nessun alimento neppure garantito dalle grandi marche commerciali (6). La terribile evidenza delle mamme che trasmettono ai figli i Pfas in gravidanza e nell’allattamento (7), nelle diete ai neonati (8). Mamme che non azzardano ai figli un uovo alla coque (9). Neanche un frutto, men che mai le golose fragole (in yogurt, succhi, merendine e gelati): con le più alte proprietà di interferenza endocrina, su sviluppo del feto e sviluppo cerebrale, sull’insorgenza di malattie croniche, tra cui l’infertilità e le tiroiditi (10). Stante che le autorità arrivano a vietare la vendita di pesci, carni bovine, suini, pollame, uova, latte vaccino (11). Ammesso che le mamme si siano fidate ad usare la carta da forno (12).
Questi allarmi ormai non risparmiano nessun territorio italiano. Oltre al caso più famoso dei 350mila veneti contaminati per l’eredità della Miteni di Trissino. Non solo una eredità ma, addirittura, dopo la chiusura della Miteni, oggi sarebbero inceneriti in Veneto i rifiuti della Solvay (13).
E attualmente è proprio Alessandria il punto nevralgico nazionale, perché a Spinetta Marengo la Solvay Syensqo è l’unica produttrice italiana dei brevetti Pfas. Non accenna a chiuderli. La multinazionale belga gode della protezione delle Istituzioni. Al punto che, per non allarmare, hanno perfino omesso la mappatura dei pozzi privati utilizzati a scopo potabile nella zona di Alessandria, che poi le analisi dei privati con clamore

denunciamo essere pesantemente inquinati dai Pfas (14).
Qualche sindaco in provincia si muove in autonomia, come a Castelletto d’Orba, ed è costretto a chiudere storiche fonti nel commercio di acque minerali (15). Il sindaco di Montecastello ha ordinato la chiusura dell’acquedotto già nel 2020. Mentre quello di Novi Ligure, come il suo compagno di Alessandria, cerca di far finta di niente per l’interrotta fornitura idrica di Novi Ligure, Pozzolo Formigaro e Serravalle Scrivia (16 ).
Se i monitoraggi degli enti pubblici sono da sempre assenteisti, stanno venendo a mancare attorno al sito chimico di Spinetta perfino le tradizionali sentinelle ecologiche: i ricci. L’inquinamento ha sopraffatto questi “bioindicatori” naturali, capaci di raccontare attraverso il loro corpo le condizioni di salute dell’ecosistema alessandrino offrendo un campanello d’allarme diretto sui rischi per la salute umana (17).
Fortunatamente, qualcosa ad Alessandria in ambito ospedaliero si muove: con il nuovo progetto di ricerca dell’IRCCS dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Alessandria in merito al legame tra microbiota intestinale e adenocarcinoma del colon e l’esposizione dei Pfas di Solvay (18).
Per il resto, abbiamo sindaci che, in un quadro di disastro ambientale e sanitario senza paragoni, nelle loro vesti di massima autorità sanitaria locale potrebbero bloccare Solvay e invece miseramente patteggiano l’abbandono dal processo che vedeva il Comune quale parte civile: in pratica assolvendo la multinazionale belga, rinunciando a chiedere giustizia, finalmente giustizia, contro chi sta ammalando e uccidendo lavoratori e cittadini senza neppure risarcirli (19). Con i sindaci abbiamo sindacati e istituzioni che sapevano che per

primi i lavoratori della Solvay di Spinetta Marengo erano usati come cavie umane (20).
TUTTI SAPEVANO/SANNO CHE LA VERA SOLUZIONE E’ ELIMINARE I PFAS ALLA FONTE, CHIUDERE LE PRODUZIONI SOLVAY DI ALESSANDRIA)
1 Autobotti anti Pfas a Bergamo.
Entra in vigore la nuova legge che restringe i limiti per la presenza dei Pfas nell’acqua potabile (Pfoa, Pfos, Pfna e Pfhxs a 20 nanogrammi per litro, 100 nanogrammi al litro per la quantità totale di tutti i Pfas) e quattro Comuni bergamaschi, Credaro, Brembate Sopra, Castelli Calepio e Cologno, si ritrovano fuori norma.
Uniacque, che gestisce il servizio idrico, e le quattro amministrazioni stanno predisponendo piani d’intervento d’urgenza, installazione di filtri, che, nella migliore delle ipotesi, richiederanno diversi mesi. Le analisi sulla falda diranno se nel frattempo ci sarà la necessità di rifornire i residenti di acqua potabile con sacchetti e autobotti.
2 Pfas anche a Pavia nelle acque del Ticino.
Uno studio effettuato dal Cemav, Centro di Monitoraggio della roggia Vernavola, ha evidenziato, concentrazioni fognarie (fino a 6 nanogrammi per litro) superiori ai limiti di legge di Pfos (0,65) nella roggia, e da qui nel Ticino che lungo 15 chilometri attraversa Pavia e un parco di 35 ettari.
Il Ticino è malato, anche per la presenza di glifosato, in una situazione regionale dei corpi idrici che, stando ad Arpa Lombardia, è fortemente compromessa: solo il 38 per cento dei fiumi e il 51 per cento dei laghi raggiunge infatti lo Stato Ecologico “buono” richiesto dalla Direttiva Acque. Si pensi che la Regione ha bocciato una mozione per la messa al bando dei Pfas, a dimostrazione della mancanza di attenzione al tema inquinanti.
3 Emergenza Pfas nel Pordenonese.
Nei Comuni di Aviano, Fontanafredda, Porcia e Roveredo in Piano, scatta lo stop all’uso dell’acqua dei pozzi artesiani privati. I sindaci dei quattro comuni hanno firmato congiuntamente un avviso nel quale invitano i proprietari e utilizzatori dei pozzi situati in specifiche aree del territorio indicate in mappe consultabili anche presso gli uffici comunali, a sospendere temporaneamente a scopo precauzionale l’utilizzo dell’acqua emunta dai pozzi per uso potabile umano e animale.
Per i più fragili è previsto inoltre un servizio di consegna d’acqua a domicilio con i volontari di protezione civile.
L’avviso è stato emesso in seguito ai monitoraggi di ARPA FVG e dell’Azienda Sanitaria che hanno rilevato la presenza di sostanze chimiche PFAS nelle falde superano fino a 20 volte i nuovi limiti di legge entrati in vigore il 13 luglio. Le autorità stimano che l’acqua potrebbe restare inquinata per decenni.
In particolare, sono stati individuati Pfos da schiume estinguenti usate in ambito aeronautico e Pfoa legati a percolati di discarica, ovvero liquidi che si formano quando l’acqua piovana si infiltra tra i rifiuti o quando i rifiuti stessi si decompongono.
Anche i sindaci di Pordenone, Cordenons e Sacile hanno richiesto verifiche e controlli cautelativi per monitorare lo stato delle falde cittadine.
Il primo pozzo saltato alla ribalta dopo l’inizio dei nuovi controlli è quello di Storo, un piccolo comune nella Provincia Autonoma di Trento, dove già nel 2024 l’Agenzia Ambientale locale aveva rilevato la presenza di PFOS negli acquedotti, in particolare nella zona del Ponte dei Tedeschi, Località Piana De Rode (pozzo Gaggio) e Ponte dei Tedeschi, legati in parte ad aree industriali locali come le ex Fonderie Trentine.
Il pozzo, dove sono stati registrati livelli di PFOS fino a 30 nanogrammi per litro (il limite ora è fissato a 20), nelle scorse settimane è stato scollegato ma non chiuso definitivamente: potrebbe infatti essere necessario in caso di emergenza idrica. Il sindaco nel frattempo ha annunciato un possibile biomonitoraggio della popolazione per verificare tramite analisi l’eventuale accumulo di PFAS.
5 Nel vicentino superati di tre volte i limiti.
I controlli effettuati da Viacqua su 17 pozzi privati tra Sandrigo e Bressanvido hanno rilevato concentrazioni di PFAS superiori ai nuovi limiti di legge in 9 casi. In media, i valori riscontrati risultano circa 3 volte oltre la soglia entrata in vigore il 13 luglio 2026.
Le verifiche sono state avviate dopo la rilevazione di PFAS in alcuni punti di prelievo nei Comuni di Pianezze e Schiavon, serviti dal gestore Etra e situati a nord dell’area interessata.
6 TFA ovunque, pane, pasta, latte, ortaggi, frutta, acque minerali, vino.
L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha annunciato che la dose giornaliera tollerabile di TFA sarà ridotta da 0,05 milligrammi per chilo di peso corporeo al giorno a 0,014 milligrammi. Il TFA, classificato, è uno dei PFAS più diffusi nell’ambiente, presente nelle falde acquifere e superficiali, nelle precipitazioni, nell’acqua potabile e nelle acque minerali, oltre che in cereali, latte, ortaggi, frutta e vino.
Può derivare dalla degradazione di alcuni pesticidi PFAS, ma anche da gas refrigeranti, aerosol e altre sostanze impiegate nell’industria chimica. L’elevata persistenza e mobilità ambientale ne favoriscono l’accumulo nel ciclo dell’acqua e nelle colture agricole, rendendone particolarmente difficile il controllo della diffusione nella catena alimentare. Gli studi hanno evidenziato che modifica i livelli di tiroxina, un ormone prodotto dalla tiroide, gli effetti sullo sviluppo fetale negli animali, tra cui malformazioni, alterazioni del sistema immunitario e della tiroide e possibili effetti sulla fertilità.
La presenza del TFA non riguarda solo fiumi, falde acquifere e terreni agricoli. E’ presente ovunque negli alimenti. Secondo i recenti rapporti di PAN Europe, si concentra soprattutto nei cereali e derivati (pane, pasta, cereali da colazione) a causa dell’uso di pesticidi PFAS in agricoltura. Negli ultimi anni la sostanza è stata rilevata anche in diverse note acque minerali commercializzate in Italia (Acqua Panna, Levissima, Maniva, Esselunga Ulmeta e Saguaro Lidl ecc.). Diverse indagini di laboratorio e rapporti ambientalisti condotti in Italia hanno rilevato la presenza di TFA nei vini pregiati (Prosecco, Mionetto, Cinzano, Martini, Bolla, Bortolomiol, Villa Sandi, Valdo, Astoria e Carpenè Malvolti ecc.). Il test svizzero lo ha trovato in tutte le bottiglie di latte confezionato, anche nel bio.
Le mamme assumono Pfas attraverso il cibo e l’acqua potabile, ma anche respirando prodotti impermeabilizzanti e applicando cosmetici sulla pelle. I figli allattati assumono i Pfas. Le donne che allattano non possono fare nulla per ridurre i PFAS nel proprio latte. È quanto emerge da un ampio studio condotto dall’Istituto Nazionale per la Salute Pubblica e l’Ambiente (RIVM) su oltre 1.600 donne nei Paesi Bassi.
I Pfas vengono impiegati in moltissimi prodotti per renderli idrorepellenti, come i tessuti, i cosmetici e molti prodotti medici. Sono presenti anche nei pesticidi utilizzati in agricoltura. Poiché i PFAS non si degradano, sono ormai onnipresenti nell’ambiente. Si accumulano nella catena alimentare e danneggiano il sistema immunitario e sono anche cancerogeni.
8 I pediatri: «Pfas negli alimenti, bimbi a rischio».
Negli alimenti di origine animale basta una dieta minima per superare i limiti Efsa (l’autorità europea per la sicurezza alimentare) sui Pfas. Un bambino di 1 o 2 anni può superare i limiti con pochi alimenti. Se un bimbo di 1 o 2 anni, di peso medio, consuma settimanalmente anche solo mezzo litro di latte, due porzioni da 50 grammi di carne bovina e due uova, supera la dose settimanale tollerabile di 4,4 nanogrammi per chilo, con il solo Pfos.
I bambini e gli adolescenti mostrano concentrazioni ematiche superiori rispetto agli adulti a parità di esposizione ambientale, a causa del rapporto peso/assunzione.
Rischi principali nei bambini: riduzione della produzione di anticorpi e minore efficacia delle vaccinazioni, innalzamento dei livelli di colesterolo nel sangue (ipercolesterolemia), alterazione dello sviluppo ormonale e neurocomportamentale.
Dopo uno studio, la Regione Veneto ha deciso di ritirare dal mercato alcuni prodotti.
9 Con un uovo al giorno non ti togli più il medico di torno.
Le uova che provengono da un gruppo di animali da cortile allevato da una famiglia alla periferia Ovest di Vicenza presentano concentrazioni di Pfas in concentrazioni di dieci volte superiori a quelle previste dagli standard di sicurezza.
La misurazione «monstre» pari a oltre 13mila nanogrammi su kilo è stata riscontrata in un allevamento a conduzione familiare in zona Carpaneda nel capoluogo berico.
Frattanto i Comuni di Pianezze e Nove hanno invitato la cittadinanza ad effettuare controlli sui pozzi privati con una attenzione specifica all’uso idropotabile, con l’obiettivo di cercare contaminazione da Pfas.
10 Fragole il frutto più contaminato dai Pfas.
Le fragole fanno bene alla salute. O almeno dovrebbero. Sono ricche di vitamina C, antiossidanti e altri nutrienti preziosi, soprattutto per i bambini. Eppure, dalle analisi di laboratorio risultano da anni preoccupazioni.
Un gruppo di 58 associazioni europee, coordinate dall’organizzazione scientifica Pesticide Action Network Europe (PAN), ha analizzato 41 campioni di fragole prodotte in 11 Paesi UE. In 3 campioni italiani su 5 erano presenti pesticidi (fludioxonil e cyprodinil) appartenenti alla famiglia dei PFAS che si degradano formando acido trifluoroacetico TFA. (Il TFA è stato recentemente classificato dall’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche ECHA come tossico per la riproduzione di categoria 1B, ossia una sostanza che può compromettere lo sviluppo del feto). 2 campioni italiani su 5 contengono almeno un pesticida neurotossico, pericoloso soprattutto per i potenziali effetti sullo sviluppo neurologico delle api e sospettato di avere effetti sullo sviluppo neurologico di feti e bambini.
Motivo di forte preoccupazione è che nella UE addirittura non esiste una valutazione del rischio derivante dall’esposizione cumulativa e dagli effetti sinergici dei cosiddetti “cocktail di pesticidi”. Non esiste in quanto è tecnicamente e scientificamente impossibile calcolare delle soglie di sicurezza e di tossicità quando si mettono in combinazione più sostanze tossiche tra loro che interagiscono nell’organismo: interazione stessa ne crea delle ulteriori nell’organismo umano, che possono essere ignote e imponderabili. L’unica via sicura è sempre e solo quella di non utilizzare nessuna di queste sostanze nelle coltivazioni e sostituirle con altre innocue o con pesticidi naturali. Ma non si fa perché ciò ridurrebbe dei business economici enormi come quelli della produzione e vendita dei pesticidi, fertilizzanti chimici, ormoni della crescita delle piante ecc. Pertanto, i decisori politici europei sono evidentemente ancora in balìa delle pressioni delle potenti multinazionali dell’agrofarmaco e delle industrie chimiche produttive.
In conclusione, le produzioni biologiche sono quelle che ci garantiscono… insieme alle coltivazioni domestiche e di contadini di fiducia.
11 In Veneto stop a vendite di carne con Pfas.
A 15 anni dall’emergenza Pfas della Miteni di Trissino, scoperta dal CNR ed elusa dall’inazione delle autorità del Veneto, ovvero a 8 anni dalla chiusura dello stabilimento, la Regione Veneto e l’Istituto Superiore di Sanità, con la collaborazione dell’Istituto Zooprofilattico delle Venezie, di Arpa Veneto e delle Aziende Ullss, hanno definito il rapporto (il secondo dopo quello del 2016) sulla presenza di Pfas nei prodotti di origine animale.
Lo studio ha fornito dati sui livelli di presenza di quattordici PFAS (PFOA, PFOS, GenX cC6O4 ecc.) in otto matrici (muscolo e fegato di bovini, suini, pollame, uova, latte vaccino) e nell’acqua di abbeveraggio di ciascuna azienda studiata. Ancora oggi, 8 aziende superano i limiti per PFOA o PFOS in muscolo bovino, fegato bovino o fegato suino; sono aziende distribuite in massima parte nelle zone ad alta e media intensità. Con ritardi di anni, dunque, in queste aziende sono state adottate misure di intervento al fine di evitare la messa in commercio dei prodotti, ed è stato avviato un monitoraggio costante atto a garantire il progressivo rientro nei limiti di legge.
Permane, dunque, come già individuato nel precedente piano, la correlazione fra contaminazione degli alimenti e contaminazione dell’acqua di abbeveraggio, in particolare per quanto riguarda la presenza di PFOS legata all’impiego di acqua di pozzo non filtrata. In ritardo di dieci anni, le autorità competenti hanno disposto il blocco ufficiale e vietato il commercio degli alimenti prodotti; le aziende sono state sottoposte a prescrizioni quali l’allacciamento all’acquedotto per l’acqua di abbeveraggio, e a successivo follow-up, fino al raggiungimento di valori entro i limiti di legge, sia dell’acqua che dei prodotti.
Il completamento del Piano con i dati provenienti dalle filiere vegetali in fase di analisi di laboratorio consentirà, afferma la Regione, di elaborare un quadro complessivo più leggibile, anche in riferimento alle ricadute di sanità pubblica, nonché sulla salute animale e sull’ambiente. Quanti altri dieci anni dovremo attendere per pesce, vino, vegetali? Non dimentichiamo che nel frattempo continua a essere in vigore il divieto di consumo del pescato proveniente dai corsi d’acqua della zona rossa.
12 Nel dubbio: non usare carta da forno.
La carta da forno può essere prodotta senza Pfas o almeno con livelli minimi? La risposta è affermativa. Lo dimostra una serie di test de Il Salvagente. Non sono presenti Pfas nei campioni Carrefour e Domopak bensì nei marchi venduti nei principali supermercati italiani, tra cui Cuki, Lidl, Eurospin, Coop, Esselunga, Conad, Selex ed Ecor. Ma tutti nelle soglie dei limiti europei. Non è invece valutabile la quantità di Pfas che dalla carta migra agli alimenti durante la cottura temperature superiori ai 200 gradi o a contatto con alimenti grassi.
Ulteriore problema è che la carta da forno viene utilizzata per pochi minuti e poi gettata, spesso tra i rifiuti indifferenziati o nell’organico. I composti fluorurati a quel punto possono raggiungere discariche, inceneritori, compost, suolo e falde, continuando a circolare nell’ambiente per tempi eterni.
Le alternative alle carte da forno: tappetini in silicone; burro e farina: ideali per i dolci; olio e pangrattato o farina: ottimi per torte salate o pizze, usando olio di oliva o di semi; carta di alluminio: per cotture brevi, ma senza cibi acidi come il limone o il pomodoro.
13 Probabile l’incenerimento in Veneto dei pfas C6O4 della Solvay.
La rete ambientalista Zero Pfas ha diffuso dati relativi alla presenza dei Pfas in relazione allo stato dei fanghi trattati dallo stabilimento Chemviron, ditta che «lava» gli acquedotti e i depuratori del Veneto contaminato da Pfas. Sulla base del referto certificato da una società autorizzata, ossia la Accredia, per quanto riguarda i C6O4 la quota tocca la soglia di 4,4 milioni di nanogrammi per chilogrammo: la Rete afferma “La presenza di quest’ultimo rende probabile lo smaltimento da parte di Chemviron dei rifiuti tossici della Solvay, ora Syensqo» di Alessandria”. «I cui dirigenti sono stati rinviati a giudizio per disastro ambientale in cui il composto C6O4 è il protagonista maggiore». L’eventualità incenerimento è stata paventata anche dal presidente della “Commissione Sicurezza e Ambiente” alessandrina, Adriano Di Saverio.
Secondo la nota, il dato acquisito «dimostra inoltre l’inefficacia dell’incenerimento» praticato in loco nonché «la ricaduta su altre matrici» ambientali.
La Rete Zero Pfas, «in modo indipendente», insieme con altri istituti di ricerca e laboratori accreditati, ha continuato a monitorare le varie matrici, non solo alimentari, in particolare nella zona ad altissimo rischio di Legnago nel Veronese dove, per l’appunto è attivo l’impianto di «rigenerazione carboni attivi» della multinazionale Chemviron, «già fornitrice della Miteni e gestore degli scarti Pfas delle zone contaminate, degli acquedotti e dei depuratori del Veneto».
Così un gruppo di attivisti della rete ecologista del Nordest si è recata a Venezia per sensibilizzare la Regione Veneto proprio sul dossier derivati del fluoro. Alla protesta (in foto) è stata data la veste di una vera e propria performance artistica.
Il dossier inceneritori non lambisce solo Legnago, ma pure Arzignano, uno dei centri industriali più importanti dell’Ovest vicentino: uno dei principali distretti della concia in Europa, dove in passato è stata presa in considerazione la eventualità di realizzare in zona un impianto di incenerimento proprio per fanghi conciari.
14 Quanti alessandrini stanno usando i pozzi inquinati? Il sindaco sotto accusa
Le falde sono inquinate dalla Solvay Syensqo di Spinetta Marengo: dal cromo esavalente ai pfas. Eppure, ad oggi non c’è nessun tipo di mappatura dei pozzi privati utilizzati a scopo potabile nella zona di Alessandria, né a livello regionale né comunale. E preoccupa che le istituzioni non abbiano contezza di quanti cittadini alessandrini stiano utilizzando i pozzi per bere, cucinare e lavarsi.
Tant’è che, non il Comune ma, la rivista “Lavialibera” (con l’encomiabile Laura Fazzini) ha commissionato (vedi mappa) il campionamento di quattro pozzi privati che si trovano nell’area dello stabilimento Syensqo Solvay e i risultati hanno mostrato valori oltre i limiti dei Pfas. (Vedi la foto).
La falda inquinata da Spinetta attraversa Bormida, Tanaro, Alessandria Centro, e l’acqua potabile prelevata dai pozzi privati dai residenti alessandrini di frazione Gelindo, contiene una concentrazione di pfas oltre i limiti di legge. E le istituzioni continuano a ignorare da anni l’allarme di Pfoa e ADV (182 e 60 nanogrammi) e gli appelli dei cittadini, che chiedono l’allacciamento all’acquedotto pubblico. L’operazione dal punto di vista tecnico è fattibile, ma il costo è completamente a carico dei residenti – servono dai 70 ai 130 mila euro – che alla fine sono costretti a rinunciare.
“lavialibera” ha commissionato l’analisi di quattro pozzi privati in frazione Gelindo, tra i sobborghi di Spinetta Marengo e Castelceriolo, un’area circondata da terreni coltivati a pomodoro e grano e adibiti al pascolo delle vacche, dove molte cascine sono state convertite in case private. Il campionamento ha mostrato valori massimi di pfas oltre i limiti (da 20 a 100 nanogrammi per litro a seconda della tipologia), in particolare del Pfoa, che dal 2023 l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) classifica come cancerogena, presente in una quantità dodici volte superiore rispetto ai parametri di legge. Ma non solo: in tutti i campioni sono state trovate tracce dei due composti fluorurati cancerogeni brevettati e prodotti esclusivamente da Syensqo, il C6O4 e la miscela ADV. L’acqua attorno allo stabilimento è quindi contaminata e pericolosa, come noto nonostante il sistema di purificazione finanziato da Syensqo Solvay.
Il sindaco del comune di Alessandria, Giorgio Abonante, è sotto accusa. Conosce bene l’inquinamento che ha portato nel 2020 alla chiusura del pozzo potabile del comune di Montecastello, a chilometri a nord del sito chimico. Eppure, sono passati 20 anni da quando il precedente sindaco (di destra), avendo Arpa e Amag nel luglio 2008 rilevato i valori di cromo esavalente e solventi clorurati nelle acque sotterranee esterne al polo chimico, aveva imposto con ordinanza la chiusura dei pozzi e il divieto dell’uso domestico, per l’alimentazione animale e irriguo dei pozzi nel sobborgo tra il fiume Bormida e la strada Statale 10. Dal 2009 l’ordinanza non è più stata aggiornata malgrado che è sempre più emerso che l’area con acque sotterranee contaminate da Solvay è ben più vasta di quella indicata nell’ordinanza del 2009 e include molti pozzi privati, compresi quelli utilizzati a uso potabile oggetto dei campionamenti commissionati da lavialibera (il primo nel 2020).
15 I Pfas chiudono le fonti di Castelletto d’Orba.
A luglio 2026, il sindaco di Castelletto d’Orba ha emesso un’ordinanza di chiusura precauzionale per le storiche Fonti Feja e Cannone a causa di parametri non conformi. La Fonte Feja è sempre stata particolarmente nota per le sue attività commerciali di imbottigliamento delle acque minerali.
La presenza dei PFAS nell’Alessandrino deriva dalla dispersione storica nel polo chimico Solvay di Spinetta Marengo, per la quale la Regione Piemonte ha avviato un programma di biomonitoraggio. Ma per analizzare l’acqua di un pozzo privato ed escludere la presenza di PFAS o altri contaminanti a Castelletto d’Orba, è necessario incaricare un laboratorio chimico certificato, che applichi i metodi ufficiali per la ricerca dei PFAS su matrici acquose, poiché le autorità pubbliche come l’Arpa Piemonte eseguono campionamenti ufficiali per conto degli enti, ma non forniscono servizi di analisi ordinari per i pozzi dei singoli cittadini.
L’analisi assume particolare rilevanza a seguito dell’entrata in vigore a dei nuovi limiti di legge europei e nazionali sulla concentrazione di PFAS nelle acque.
Negli anni precedenti, le fonti pubbliche di Castelletto d’Orba hanno subito diverse chiusure e riaperture, legate a motivi burocratici, danni ambientali e manutenzioni, mentre il provvedimento del nuovo sindaco, Marco Lanza, rappresenta una misura precauzionale differente poiché deriva esplicitamente da anomalie chimico-fisiche (“parametri fuori norma”) rilevate durante i controlli di routine.
16 Pfas da diluire (? !) nella rete idrica di Novi Ligure, Pozzolo Formigaro, Serravalle Scrivia.
Segnalati da “Gestione Acqua”, società del gruppo ACOS, dopo i limiti restrittivi introdotti dalla legislazione europea. Ma il vecchio sindaco di Novi, Rocchino Muliere, non si mostra preoccupato pur non avendo chiaramente individuato le fonti dell’inquinamento. Anzi, fornisce la spiegazione: “I Pfas vengono spesso rilevati a seguito di eventi meteorologici eccezionali o violenti e non persistenti”. Piovono cioè dall’atmosfera: allusione alle emissioni da Spinetta Marengo della Solvay.
Gestione Acqua e Asl di Novi, invece, si preoccupano di passare da un prelievo mensile a uno settimanale che permetta di monitorare con maggiore frequenza e continuità la presenza dei Pfas. Stanno valutando anche di abbatterli, con la soluzione palliativa dei filtri a carboni attivi (in sostituzione di quelli a sabbia), nei pozzi di prelievo dal torrente Scrivia di frazione Bettole di Novi da cui è stata interrotta la fornitura idrica per Novi Ligure, Pozzolo Formigaro e Serravalle Scrivia.
Addirittura, si prospetta la soluzione, disperata, della diluizione dei veleni: “L’altra soluzione che permetterà di mitigare la presenza dei Pfas sarà il prelievo dall’acquedotto della Val Borbera che permetta di contribuire alla diluizione dei parametri e dei valori riscontrati”.
17 Sempre meno le sentinelle attorno alla Solvay.
Non ci riferiamo ai monitoraggi degli enti pubblici, che sono sempre stati assenteisti. Bensì della sparizione dei ricci che in passato ogni notte percorrevano chilometri nel circondario dello stabilimento Solvay di Spinetta Marengo per andare alla ricerca di cibo, finendo però per accumulare dentro di sé le tracce delle sostanze tossiche disseminate nell’ambiente. In quanto si muovono su vaste aree e si alimentano di insetti e invertebrati a diretto contatto con il suolo e la vegetazione: i ricci accumulano nel loro organismo una varietà di contaminanti ambientali che riflettono la complessità delle fonti di inquinamento.
La loro scomparsa è un dato allarmante: i ricci (nella foto) infatti, funzionano da sentinelle silenziose, da “bioindicatori” naturali, capaci di raccontare attraverso il loro corpo le condizioni di salute degli ecosistemi urbani. Proprio come avviene con i “cugini” marini, i ricci di mare, sono fondamentali per tracciare una sorta di impronta digitale dell’inquinamento che ci circonda. Mammiferi come gli esseri umani, la loro esposizione alle sostanze nocive offre un campanello d’allarme diretto sui rischi per la salute umana: gli inquinanti rilevati, in Fraschetta sono noti per i loro effetti cancerogeni, mutageni e per l’impatto sulla fertilità e sullo sviluppo embrionale.
In alcune università (non risulta Alessandria), gli scienziati hanno esaminato e analizzato diversi tessuti dei ricci: gli aculei e i denti per studiare l’esposizione a lungo termine, e il fegato, per valutare la contaminazione più recente da composti organici volatili. Un metodo, questo, che ha permesso di restituire una fotografia dettagliata (e inquietante) dell’inquinamento.
18 Pfas e tumori al colon retto in Alessandria.
L’esposizione ai PFAS è associata (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro IARC) a un aumentato rischio certo di sviluppare diverse neoplasie, tra cui rene e testicolo. Per il tumore del colon-retto, gli studi (Yale University) indicano che i Pfas possono agire da motore di crescita, stimolando le cellule tumorali a migrare e diffondersi (metastatizzare).
Al riguardo, si distingue il nuovo progetto di ricerca dell’IRCCS dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Alessandria in merito al legame tra microbiota intestinale e adenocarcinoma del colon e l’esposizione dei Pfas di Solvay. I ricercatori confronteranno campioni biologici di pazienti affetti da tumore del colon con quelli di persone sane residenti nello stesso territorio. Il “Colon Meta” rappresenta una delle sfide più promettenti della ricerca biomedica, atte a contribuire a migliorare le strategie di prevenzione e diagnosi precoce del tumore del colon.
19 Chi inquina compra l’immagine ma non paga per la salute delle popolazioni.
Il sindaco di Alessandria, Giorgio Abonante, ha “giustificato” come un redditizio utile per la collettività (taglio dell’erba dei cimiteri) il patteggiamento di 100mila euro dalla Solvay in cambio dell’abbandono dal processo che vedeva il Comune quale parte civile. In pratica assolvendo la multinazionale belga, rinunciando a chiedere giustizia, finalmente giustizia, contro chi sta ammalando e uccidendo lavoratori e cittadini senza neppure risarcirli.
Tralasciamo il giudizio etico, morale e politico su una istituzione basilare, quale è il sindaco massima autorità sanitaria locale, che aveva già rinunciato a intervenire di competenza a fermare le produzioni inquinanti dello stabilimento di Spinetta Marengo in un quadro di disastro ambientale e sanitario senza paragoni.
Limitiamoci ai cinici “conti della serva”. Il Comune di Alessandria ha “guadagnato” (sic) come risarcimento alla collettività, 100mila euro, cioè 1 euro a testa per ciascun dei suoi 100mila cittadini. Fatte le demenziali proporzioni, “l’affarone” con Solvay Syensqo l’avrebbe fatto il sindaco di Montecastello, Gianluca Penna, che ha venduto per 100mila euro il bene salute… ma a 363 euro per ciascuno dei suoi 274 abitanti.
Questi due sindaci hanno patteggiato 100mila euro quale “danno di immagine”: un insulto attribuito alla lesione della dignità delle due comunità che non varrebbe più di tanto. Ma, gli altri danni? I danni patrimoniali e non patrimoniali, la salute? I cittadini di Montecastello hanno bevuto l’acqua tossica e cancerogena dei Pfas fino a quando il sindaco è stato costretto a chiudere l’acquedotto. Solvay non paga. La salute dei cittadini sarà a carico della collettività.
Infatti, si apprende, dopo l’ultima riunione della “Task Force sanitaria regionale” dedicata ai Pfas (nella foto), che “La Regione Piemonte è disponibile a prendere in carico, dal punto di vista sanitario, anche i cittadini di Montecastello, tramite un nuovo protocollo operativo”. “Questo, ancora da definire, consentirà di estendere proprio la presa in carico dei cittadini residenti in altri territori interessati dalla contaminazione, oltre ai cittadini di Spinetta Marengo, sia per la presenza di PFAS nelle falde sia per possibili fenomeni di trasporto atmosferico. Tra i primi Comuni individuati rientrano Montecastello, alcuni Comuni limitrofi e alcuni centri lungo l’asta del fiume Scrivia”.
“Il sindaco di Montecastello, avrebbe, anche a nome (?) degli altri amministratori dell’area interessata, espresso apprezzamento per il percorso illustrato, condividendone l’impostazione e auspicandone un’attuazione in tempi rapidi”.
20 I lavoratori usati come cavie umane per i Pfas.
Ancor più dagli anni 2000, ad Alessandria, lo sapevano i sindacati (lo scriveva sui volantini aziendali la Filcea CGIL) e le autorità locali (dagli esposti in magistratura del Movimento di lotta Maccacaro). Lo sapevano che i lavoratori della Solvay di Spinetta Marengo erano usati come cavie.
Riproponiamo la denuncia perché la vicenda Solvay (al pari della vicenda Miteni) continua a sollevare interrogativi non solo ambientali e sanitari, ma anche giuridici ed etici.
L’inchiesta pubblicata da White Collar Crimes (i crimini dei colletti bianchi) definisce i lavoratori esposti ai PFAS (dal Pfoa al C6O4) come “cavie umane”, sostenendo che -ancor più e ancor prima delle popolazioni- essi siano stati coinvolti, senza consenso e senza adeguata informazione, in un vero e proprio esperimento su larga scala.
L’inchiesta mette in risalto i rapporti industriali tra Solvay e Miteni, considerando in particolare le risultanze emerse nel processo conclusosi con la sentenza della Corte d’Assise di Vicenza, come peraltro scoperchiati dagli esposti dell’ex avvocato difensore di Solvay. Da qui la proposta di realizzare un unico studio epidemiologico multicentrico che unisca le coorti dei lavoratori e delle popolazioni esposte in Veneto e Piemonte, così da valutare in modo più efficace gli effetti sanitari dell’esposizione ai PFAS.
Infatti, un altro passaggio rilevante riguarda il danno biologico. L’inchiesta richiama una sentenza della Corte Suprema svedese del 2023, secondo cui la sola presenza di elevate concentrazioni di PFAS nel sangue può costituire una lesione della persona, indipendentemente dalla comparsa di una malattia conclamata. Da questa impostazione deriva la proposta di rafforzare gli strumenti collettivi di tutela penale e civile nei confronti delle vittime della contaminazione. Cioè con class actions di risarcitorie.
I tumori di origine occupazionale.
I cancerogeni come l’amianto e i pfas. Le stragi dolose delle multinazionali chimiche favorite dalla complicità delle leggi e dei politici. Stragi silenziose che restano impunite o minimamente indennizzate dalla magistratura. Anzi, è in corso, anche grazie ad una informazione ammaestrata, il tentativo di delegittimare gli scienziati che stanno dimostrando il criminale esercizio del capitalismo senza limiti negli ambienti di lavoro e di vita.
Clicca qui un articolo di Riccardo Falcetta, medico del lavoro.
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Agosto 2026